Facciamo un passo indietro. O forse di lato. Perché se dici “cooperazione”, in molti pensano subito a qualcosa di buonista, a una specie di volontariato organizzato, o peggio ancora a un “piano B” dell’imprenditoria: quella che non ce l’ha fatta nel mercato vero e allora si è rifugiata nel sociale. Sbagliato. Ma ci arriviamo.
La cooperazione è un modello economico
Un modello vero, riconosciuto dalla Costituzione italiana (articolo 45, per le nerd del diritto), fondato su mutualità, democrazia interna e partecipazione attiva dei soci. È una forma d’impresa, sì, ma che non punta alla speculazione privata. In pratica: si lavora per generare valore, ma quel valore viene redistribuito, condiviso, reinvestito.
Le cooperative nascono per rispondere a bisogni concreti, spesso lì dove il mercato fallisce e lo Stato arranca. E lo fanno mettendo al centro le persone, non solo come beneficiari, ma come protagonisti.
E allora la cooperazione sociale?
Qui il livello si alza.
La cooperazione sociale è una creatura più giovane, nata ufficialmente nel 1991 con la legge 381, ma cresciuta ben prima, negli anni ’70 e ’80, sull’onda di trasformazioni epocali: la chiusura dei manicomi, l’accesso all’istruzione per tutti, l’ingresso delle donne nel lavoro, la crisi dello Stato sociale centralista.
In quel vuoto – sociale, politico, culturale – sono nate esperienze radicali, alternative, comunitarie. Gente che si è rimboccata le maniche: volontari, educatori, parrocchie, gruppi laici e ribelli. Hanno costruito dal basso laboratori, servizi, percorsi, risposte.
Ma per diventare stabili, efficaci, incisive… serviva una struttura. Così, spontaneamente, molte di queste esperienze hanno scelto la forma cooperativa. Non per caso, ma per scelta ideologica e organizzativa.
La cooperazione sociale oggi comprende:
- le cooperative di tipo A: che gestiscono servizi socio-sanitari ed educativi;
- le cooperative di tipo B: che inseriscono al lavoro persone svantaggiate;
- e tutte quelle realtà ibride, nate per fare impresa, ma con uno scopo sociale ben chiaro: rimettere al centro l’umano.
Da operatore sociale a imprenditore sociale: perché è tempo di cambiare linguaggio (e prospettiva)
Per anni abbiamo parlato dell’operatore sociale come figura chiave. Persona che ascolta, accoglie, accompagna. Una figura necessaria, empatica, resistente.
Ma oggi, nel mondo liquido (e spesso acido) in cui viviamo, non basta più.
È tempo di riconoscere che servono anche imprenditori sociali: persone capaci di visione, di progettazione strategica, di costruire alleanze, attrarre investimenti, innovare senza perdere l’anima.
Serve qualcuno che sappia leggere i bisogni, ma anche riscrivere i sistemi. Che sappia contare, ma anche raccontare. Che tenga insieme cuore, numeri, impatto e sostenibilità.
Perché la cooperazione sociale non è il piano B, ma un altro modo – più umano, più coraggioso – di fare impresa.
